Nel 1964, Jorge Lèon evidenziò che gli antichi peruviani
erano esperti agricoltori. Basata su creatività e duro lavoro,
la loro agricoltura è paragonabile alla moderna agricoltura
biologica. In questo modo, essi riuscirono ad addomesticare le
specie andine ancora oggi allevate e a promuovere lo sviluppo
dell’agricoltura di alta montagna, mediante la creazione di
appositi microclimi. I resti di canali di irrigazione,
recinti, muretti e terrazze scoperti in questi anni
testimoniano l’esistenza di queste antiche
tecniche.
Sull’altopiano di Junin (o Bonbon) si trovano ancora tracce
di questo tipo di agricoltura intensiva, ad altitudini in cui
attualmente non esiste alcuna coltivazione. Si può dunque
indubbiamente affermare che le Ande centrali peruviane erano
un centro per la coltivazione e l’acclimatazione di piante con
particolari caratteristiche, come la maca. Questo tipo di
tecnica agricola risale al periodo di civilizzazione più
antico dell’altopiano andino, in uso anche precedentemente al
periodo di coltivazione della shiripa e della
patata.
Si ritiene che verso gli anni 1200 e 1100 A.C., alcuni
gruppi primitivi non ancora civilizzati, chiamati “Pumpush”,
si spinsero fino alle rive del lago Chinchaycocha (Junin) per
stabilirsi in quella regione, forse alla ricerca di terre più
adatte alla sopravvivenza. Si dice che fu questa razza
particolarmente resistente ad iniziare la coltivazione
domestica della maca, instaurando una coltura che, per la
singolarità della sua pratica e tradizione, viene considerata
“frutto della mano paziente di Dio e dell’uomo attraverso i
secoli”, che dovette affrontare climi estremi tipici di quelle
altitudini, caratterizzate da altissime e soffocanti
temperature diurne e freddissime di notte.
Secondo alcuni autori, verso gli anni 1100 e 1470 A.C. i
pastori Aymara (chiamati Yarovillcas), invasero le regioni
dell’altopiano e di Jalca, nella zona montana centrale.
Waldemar Espinoza definisce gli Yaros degli “eccezionali
allevatori ed agricoltori, che coltivano in maniera
straordinaria la maca, un tubero molto ricercato per le sue
proprietà afrodisiache e per i suoi effetti sulla
fertilità”.
La storica Maria Rostworowski, nella sua opera “Gli
Ayamarcas” (primitivi abitanti di Cusco), afferma che lo
sviluppo etnico degli Ayamarcas non è comune nella storia del
Perù. Analogamente, se si analizza il significato del loro
nome, derivante dalle parole Ayar e maca, si deduce che Ayar
significa “quinoa selvatica”, mentre la maca era già nota ai
tempi dell’Impero Tahuantinsuyo come una pianta di grande
importanza, coltivata in alta montagna su colture ecologiche a
terrazza, dove il grano non poteva crescere.
Secondo l’autrice, la parola “ayar” potrebbe essere stata
attribuita dagli Incas per indicare continuità fra l’etnia
Inca e quella primitiva, da loro conquistata. La parola
“maca”, riferita alla radice in uso fin dall’era preistorica,
viene utilizzata per l’origine magica attribuita ai suoi
effetti sulla fertilità.
L’Impero Inca intraprende la coltivazione della maca dopo
che il generale Pachacutec invade le terre di Chinchaycocha
nella zona montana centrale. Tuttavia, solo con Huaya Capac,
l’ultimo dominatore Inca che conquistò i Pumpush ricorrendo ai
“mitimaes” (colonizzatori di pace inviati delle regioni in
guerra), gli Incas si dedicarono in maniera esclusiva alla
coltivazione della maca sull’altopiano Bonbon, importante
crocevia fra Cusco e la regione Chinchaysuyo.
Secondo le cronache del XVI e XVII secolo, l’alimentazione
delle truppe Inca includeva la maca, poiché si riteneva che
desse vitalità e vigore ai guerrieri. Si dice anche che
durante il periodo Inca la maca fosse coltivata su tutto
l’altopiano ed inviata a Cusco come tributo da parte dei
Pumpush agli Incas Tahuantisuyo. Vasquez Espinoza parla di
“una radice così piena di energia, da lasciare terreno sterile
ovunque venga coltivata, senza molte altre risorse per altre
colture”. La Rostworowski condivide l’opinione dei contadini
che oggi la coltivano e che sostengono che la maca impoverisce
il suolo degli altopiani. Per questo, viene piantata in
terreno ricco di humus, mescolato con terra vergine o con
terreno che non sia stato utilizzato per vari anni. Ciò
significa che si tratta, da un lato di una pianta considerata
un integratore alimentare naturale, dall’altro di un
impoveritore del suolo di altissime proporzioni.
Quando gli Spagnoli arrivarono in Perù, secondo le loro
cronache, la maca era il genere più importante che gli
abitanti dell’altopiano producevano, consumavano e vendevano.
I colonizzatori non diedero grande valore ai suoi effetti
sulla fertilità, ma la utilizzarono invece con successo per
migliorare la fertilità delle loro cavalle. Il popolo dei
Pumpush spendeva annualmente circa 15 MT per acquistare la
maca dall’intermediario di Chinchaycocha, il che evidenzia il
valore intrinseco e l’importanza di questa pianta. In questa
zona, intorno alla metà del XIX secolo esistevano vaste
piantagioni di maca.
Nel XIX secolo, non è stato scritto molto sulla maca.
Tuttavia è da notare che nel 1843 per la prima volta questa
pianta viene classificata scientificamente e denominata
tassonomicamente Lepidium meyenii Walp, sulla base di un
esemplare raccolto a Pisacoma, nella regione di Puno (Walpers
1843).
Nel 1945 lo scienziato tedesco August Weberbauer registrò
la presenza di esemplari di Lepidium meyenii Walp a 4000
s.l.m. e la considerò un’erba dell’altopiano. Fu negli anni
’60 che comparirono sui media i primi articoli scientifici,
scritti principalmente da biologi, chimici, zoologi,
farmacisti e fisici di nazionalità peruviana. All’estero, non
risulta l’esistenza di ricerche sulla maca.